“Paradiso all’inferno”

14 09 2009

E’ il titolo in italiano del nuovo libro di Rebecca Solnit , “A Paradise Built in Hell”, in uscita nei prossimi giorni in Italia, edizioni Fandango.

Cosa accade ad una comunità che vive l’esperienza di un grande disastro come un terremoto, oppure un uragano, o un attentato terroristico? Cosa resta, per chi resta, quando i contesti, gli oggetti, le persone, le regole, gli spazi, improvvisamente cambiano, spariscono, mutano forma e significato in relazione ad un evento inaspettato e doloroso. Come cambiano i significati, qual è il senso della comunità che viene ricostruito, i valori che resistono alla violenza di qualsiasi impatto, in che modo si comincia ad immaginare cosa sarà della comunità, del luogo, il giorno dopo e poi quello dopo ancora…

E’ possibile che dalle macerie emergano, oltre al dolore e alla disperazione, nuove forme di espressione della nostra capacità di costruire le relazioni, nuove forme di consapevolezza di ciò che possiamo fare per noi e per gli altri, dei nostri “doni” , dei nostri “talenti”  e del modo di metterli in sinergia con quelli degli altri, nuove forme di immaginazione, di creatività per costruire nuove visioni future, nuove modalità di riscoprire la forza dei valori che restano oltre il muro, oltre le routine, oltre la paura?

L’edizione italiana del libro prevede un capitolo in più, scritto da uno dei suoi traduttori, Andrea Spila, sul terremoto in Abruzzo, di cui riporto un breve stralcio:

 

“Un animalista perlustra le vie del centro storico dell’Aquila alla ricerca
di gatti dispersi, una professoressa di biochimica scrive un libro
in un camper per contribuire alla ricostruzione dell’università, una
compagnia di teatranti gira per le tendopoli distribuendo nasi da
clown, un gruppo di amici legati a un circolo culturale riempie un
autobus di libri, un comitato di associazioni cerca i migranti nei
campi per aiutarli a difendere i loro diritti, una docente decide di insegnare
l’italiano e di imparare il punjabi e il cinese.

Che cosa hanno in comune queste storie di volontari aquilani? Subito
dopo le scosse, nella scia della devastazione, i cittadini hanno
reagito prontamente all’emergenza, arrampicandosi sulle rovine e
scavando tra le macerie alla ricerca dei dispersi, raggiungendo i reparti
pericolanti dell’ospedale per aiutare a evacuarlo, accogliendo familiari,
amici e vicini nelle automobili e nei camper non danneggiati
dal sisma. Nei giorni successivi, quando la gravità della catastrofe
si è manifestata con il suo lungo elenco di vittime e con le immagini
di città e paesi dal volto irriconoscibile, queste stesse persone hanno
cominciato a ricostruire la loro città, non quella fatta di pietre e
mattoni, ma quella dei rapporti umani e sociali”.
(pag 437)

 In che modo è possibile far emergere tutto questo, comunicarlo? E in che modo e cosa ”gli altri”, che non sono stati colpiti da queste tragedie, possono imparare dal modo in cui le comunità colpite si stanno ricostruendo, innovandosi, riscoprendosi.

In che modo possiamo costruire spazi discorsivi che non siano quelli messi al servizio della politica e/o dei servizi d’ordine che oscurano, rendono invisibili e mute queste nuove forme di co-costruzione del senso dei luoghi, delle relazioni e dei progetti stessi sul “futuro”?

 

*grazie a Francesco Consoli per essere il referente questo importantissimo filone di riflessione e per averci segnalato il testo. Sono previsti eventi futuri di presentazione del libro?





51 cose…

24 08 2009

che sono nella  mia stanza, oppure nella mia casa, ora vi voglio mostrare…

Se andate su youtube e cercate “51 things in my room” o “51 things around my house” o “51 things I found around my room/house” e simili, troverete circa 14-15 mila video di durata media di circa 2-2,5 minuti, prodotti da giovani vloggers (bloggers che utilizzano prevalentemente video) in età compresa tra i 14 e i 20 anni che scelgono di mostrare 51 cose che sono nella loro stanza o nella loro casa. Eccone un esempio ed un altro 

Cosa vi viene in mente dopo aver visto i primi video?

Se dovessi scegliere alcune parole chiave catturandole dai pensieri che ho in mente, queste sarebbero: oggetti che hanno valore, emozioni, condivisione, intimità, gioco, arte, tecnologia, scelte, creatività, comunicazione, sé, competenze, autoriflessione, ironia, comunità, diffusione, meraviglia, rispetto, mondi, appartenenze, appropriazione, spazi, interconnessione, ecc…

Immaginate questi due esempi moltiplicati per circa 14.000 giovani distribuiti in diversi Paesi.

Questa ondata di video è cominciata circa 9 mesi fa, sottoforma di una sfida lanciata da una vlogger HurricaneAubrey di Brooklyn ed è diventata in pochi mesi un fenomeno globale.

Difficile “catturare” con un click o con una foto o con un articolo, un fenomeno che si propaga così velocemente e che si moltiplica prendendo forme e dando vita ad onde di diverso tipo: le sfide si moltiplicano, le risposte anche, i voti fioccano, i messaggi si intrecciano. Tanto difficile da far pensare che anche in questo caso la metodologia da adottare per tentare di interpretare questi movimenti non può che essere processuale.

Abbiamo chiesto ad emma (il nostro genio delle mappe e delle nuove tecnologie) di provare a costruire una mappa mentale a partire dai video. Subito ha detto: “è impossibile, sono troppi video, non possiamo mapparli tutti!”..ma poi: “facciamo una mappa aperta, che non sia nemmeno necessariamente logica, proviamo a fare una mappa delle possibili chiavi di lettura“. Non c’è grounded theory né clusterizzazione in questo processo, ma soltano chiavi che aprono percorsi possibili di interpretazione che possono essere soltanto di natura esperienziale legata al rapporto tra attanti (umani e non umani) in relazione.

E’ vero, potremmo immaginare geolocalizzazioni, fasce d’età, genere, emozioni legate a specifici oggetti. Elaborare questi dati per ciascun video. Avere un database di migliaia di informazioni. Il marketing già lo sta facendo, affiancando a queste onde altre onde basate sul lancio di alcuni prodotti.
Ma in questo disegno della ricerca le ipotesi rischiano di essere sempre in ritardo rispetto al movimento delle emozioni e dell’azione, ciò che occorre non sono cluster, matrici o fattori ma sono “accessi” e la capacità di formulare domande (ai motori di ricerca) in corso d’azione/emozione. Mi viene in mente il film Stalker di Tarkovskij.
L’oggetto è il processo e le risposte sono irrequiete, mutevoli, dinamiche, vive, pervasive. Noi, visitatori, siamo immediatamente dentro. Le emozioni ci afferrano e ci portano nelle stanze di questi ragazzi. Lo sguardo è interno, i giovani fanno parlare gli oggetti che mostrano, attraverso il movimento, la musica, le espressioni del volto. Insieme sono un mondo, un mare che si apre verso altri mari…

ecco la mappa delle possibili chiavi di lettura:

mappa delle possibili chiavi di lettura

Fonte: mappa di emmart.tk

Trovo che la mappa sia fantastica, processuale, aggiornabile, dello stesso stile del gioco dei giovani vloggers. Che ne dici emma, la regaliamo a Hurri?

Vengono in mente le molte ricerche condotte in Italia e in altri Paesi che hanno avuto come “oggetto” lo studio dei valori dei giovani o delle forme di partecipazione dei giovani alla vita sociale, o le scelte dei giovani, ecco, credo che lo studio di questi movimenti possa dire molto… molto di più.

  • è un movimento che nasce dal basso, da giovani vloggers
  • nasce come una sfida, come un gioco
  • ha poche regole di base: la scelta di 51 cose, la forma video, l’assenza di parole (alcune scritte), eventualmente presenza di colonna sonora

La partecipazione e l’adesione è immediata, la creatività altissima, le forme espressive dentro il video e le scelte si moltiplicano con alcune ricorrenze. Sono i giovani che prendono lo spazio, lo occupano, giocano con le tecnologie, danno vita agli oggetti, si rappresentano, si sfidano, si incontrano.

Immaginate un processo in cui ogni giovane produce non tanto un mazzo di 51 carte da gioco (mi gioco le mie carte in un video di 2 minuti) o oggetti scelti tra quelli che ha in camera per raccontare pubblicamente se stesso attingendo ad una dimensione molto privata, intima (già la cosa sarebbe di estremo interesse), ma un processo in cui ogni giovane crea 51 link verso mondi a cui appartiene. Immaginateli in relazione, immaginateli moltiplicati per 14.000… è questo che stanno facendo!

Restano tante cose da capire, ed è bene che sia così, ma in particolare ci chiediamo perché proprio “51 cose“. Forse perché 51 sono le cose che googlemap non fa vedere? Forse perché 51 sono le cose da fare per salvare il pianeta?
L’idea è quella di scrivere all’autrice della sfida, farle una breve intervista e poi postarla in questo blog.

Ad ogni modo viene anche in mente un possibile uso nelle attività orientamento alle scelte dei giovani basato su un approccio PAAR (participative appreciative action and reflection), un possibile uso nei gruppi di professionisti, nelle organizzazioni… ma anche un possibile altro gioco da fare in termini di approcci apprezzativi…

Magari ci vediamo su youtube tra qualche giorno :)








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