Sul Boston Globe un paio di giorni fa è apparso un articolo di Drake Bennet (Thinking literally) molto interessante (che ho scoperto grazie alle twitterate di RL-IT). In particolare ha catturato la mia attenzione una frase di John Bargh (Yale): “The abstract way we think is really grounded in the concrete, bodily world much more than we thought”. Nietzsche diceva che la comprensione umana non è nulla più di un espediente, una rete di metafore cucite insieme delle nostre impressioni superficiali del mondo. “Nella loro ignoranza, la gente scambia erroneamente queste metafore familiari per la verità. Crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse quando parliamo di alberi, colori, neve e fiori, ma non possediamo altro che metafore per le cose – metafore che non corrispondono in alcun modo ai soggetti originali”. George Lakoff (linguista di Berkeley) e Mark Johnson (filosofo dell’Oregon) hanno ripreso il discorso di Nietzsche e analizzato quelle metafore che chiamano primarie (quelle che potrebbero essere definite cliché, tipo “le categorie sono contenitori”, o “la somiglianza è vicinanza”, anche se qualche filosofo un po’ meno americano e un po’ più europeo avrebbe da dire – giustamente – anche su questo).
Cosa ne è venuto fuori? Tanto, soprattutto tanto materiale per gli psicologi. Ma un pensiero buffo in particolare mi ha fatto riflettere: “Ciò che abbiamo scoperto negli ultimi 30 anni è – sorpresa! – che le persone pensano con il proprio cervello. E il loro cervello… fa parte del loro corpo”. Dal pensiero buffo emerge un’argomentazione a mio parere importantissima (anche per RL!), sebbene appaia scontata: il pensiero astratto sarebbe insignificante senza un’esperienza del corpo. E proprio le metafore primarie, per la loro ubiquità (ovvero nella presenza costante nelle varie lingue) e per la loro fisicità, sono la prova più potente a supporto di queste conclusioni.
Nel bell’articolo di Bennett si portano molti esempi e vengono citati, forse come passaggio successivo, alcuni esperimenti (anche naïf) che provano l’importanza ricoperta dal contesto “fisico” in cui ci troviamo (ad esempio se ci troviamo una stanza calda o fredda, etc) nelle nostre “valutazioni” e nei nostri giudizi.
Anche questa non è una novità. Ma allora cosa mi ha fatto scattare lo switch nel cervello?
Il passaggio dalla teoria all’azione: queste considerazioni infatti portano all’obbligo (etico, morale e professionale) di tenere conto di tutti i fattori per comprendere la necessità, ad esempio in ambito formativo, di studiare e preparare bene i “contesti e i luoghi” che accolgono i partecipanti; e ancora, nell’ambito dello storytelling, la necessità di riconoscere e analizzare il ruolo e l’interpretazione delle metafore agganciate alla situazione, al vissuto del soggetto narrante, anche nel momento stesso del racconto.
Mi spingo ancora oltre, azzardando un po’.
Un breve preambolo necessario… Ricordo un testo di Worringer, “Astrazione ed empatia”, in cui l’autore parla dell’arte tentando di comprendere “l’intima affinità che lega il sentimento del mondo all’espressione figurativa di un popolo”, il nesso tra anima collettiva e stile. La forma viene intesa come risultato dell’incontro tra uomo e mondo, in un alternarsi di empatia, dal greco “sentire con” (es. il realismo, l’arte romana), ed astrazione, dal latino “scostare” (es. l’arte primitiva, ma anche l’astrattismo dei suoi tempi). W. interpretava l’empatia come un naturalismo che porta a godere dell’oggetto rappresentato (della forma organica) in quanto riconosciuto come uguale a quello fisico, mentre l’astrattismo (stile) viene descritto come una sorta di necessità di allontanarsi, attraverso l’uso di forme geometriche e dunque inorganiche, dalla realtà della natura ricreando un mondo “altro”. Theodor Lipps fu il primo che spostò il discorso dall’estetica alla comunicazione intersoggettiva, parlando di empatia quale processo innato di identificazione e protezione. Edith Stein (allieva di Husserl) approfondì ancora di più l’argomento, definendo l’empatia come “atto paradossale attraverso cui la realtà di/dell’altro, di ciò che non siamo, non abbiamo ancora vissuto o non vivremo mai e che ci sposta altrove, nell’ignoto, diventa elemento dell’esperienza più intima, cioè quella del sentire insieme, che produce ampliamento verso ciò che è oltre, imprevisto”. Anche nel momento della massima immedesimazione l’Io non scompare in un Io fusionale o subordinato, ma mantiene una sua diversità. Dunque l’empatia (e qui sto citando un bellissimo intervento dello storico dell’arte Luciano Berti) in questo senso è “un ponte tra vita personale e vita altrui, tra vita personale e sociale. E’ la genesi del noi sociale, luogo di cooperazione e di condivisione”.
Da un lato dunque abbiamo il “ponte sensibile” dell’empatia e dall’altro il “ponte mentale” dell’astrazione, ovvero un concetto che sostituisce un insieme di oggetti o descrive gli oggetti in base a proprietà a loro comuni.
Detto ciò.
Detto ciò, è possibile pensare che si possa trovare un “ponte fra i ponti”, ovvero un collegamento che consente di creare e dare valore alle reti di relazioni, tra individuo e società, tra soggetto sociale e individuo singolo, tra mente e corpo, tra mente collettiva e pensiero individuale? E’ possibile che questo hyper-bridge abbia anche un nome? e se questo nome fosse proprio la metafora?
Non posso non pensare a Borges, ma soprattutto a Gilles Deleuze e alla sua metafora del rizoma (cfr. “Millepiani”), che a Deleuze ha fatto rievocare il gatto del Cheshire… ma forse è meglio fermarsi qui!
Emma Ciceri
