La realtà delle tecnologie – post di Daniele Vinci

28 08 2009

Questo post è stato scritto da Daniele Vinci

I media sociali – sì appunto Twitter, Facebook, Youtube, i blog e così via – possono ancora essere presi con sufficienza soltanto da chi non vive nella realtà [ Luca de Biase, La realtà della Rete,  Nòva24, inserto de “Ilsole24Ore” di giorno 27-08-2009. art. pag. 9 ].

E’ evidente, Digital Native o meno, che viviamo circondati dalle tecnologie. Chi prende maggior consapevolezza di ciò sono in primo luogo i gruppi formalizzati di persone, aziende, gruppi professionali. Bisogna stare al passo con le tecnologie o  bisogna saper interagire con esse, quindi saperle gestire, senza esserne schiavi del loro progresso?

Non esiste una risposta esatta, ci sono semplici previsioni, ad esempio la Singolarità Tecnologica, definita così da  Veron Vinge, ipotizza menti umane super sviluppate grazie alla condivisione ed all’uso sapiente dei network di persone in Rete.

Un altro esempio di studio, forse più pragmatico e vicino alle esigenze di chi lavora con gruppi di persone è quello portato alla luce da Etienne Wenger: “Digital Habitats: stewarding technology for communities“. Come leggo attraverso il blog di Gianni Marconato, la lettura del libro mette in risalto un cambio di prospettive rispetto all’approccio con le tecnologie.

Usare le tecnologie all’interno di una pratica professionale non significa conoscere pienamente ogni funzione ma conoscere quelle necessarie alla professione. Sembra una banalità, ma è un cambio di prospettiva rispetto all’uso delle tecnologie.

Nella mia tesi specialistica: Innovazioni e pratiche didattiche: l’uso della Rete da parte dei docenti ho cercato di mettere a confronto alcuni insegnanti sull’uso delle tecnologie nella loro pratica didattica. Quello che è emerso ad una prima analisi è stata, infatti, una molteplicità di approcci, non comuni a tutti i docenti.

Credo che la prospettiva analizzata da Wenger debba essere presa in considerazione, in attesa di leggere approfonditamente il libro, seguirò il suo blog dove suggerisce alcuni tool – come suggerisce Nancy (co-autrice del libro) the constellation of tools-  utili a seconda delle necessità.

Lascio infine la visione di un video che potrebbe far riflettere sulla progressione della tecnologia e su ciò che potrà avvenire in un futuro prossimo: Social Media Revolution [ tratto da Pandemia]





dimmi le parole che scrivi e ti dirò se sei felice…

21 08 2009

potrebbe sembrare il titolo di un film per adolescenti o di un libro da leggere sotto l’ombrellone, eppure…
su repubblica.it ieri è stato pubblicato l’articolo Gioia Obama, dolore Jacko. “We feel fine”, sentimenti web 2.0. che rimanda ad uno studio condotto da Peter Sheridan Dodds e Christopher M. Danforth del Dipartimento di Matematica e Statistica dell’Università del Vermont. Tale studio muove dall’esigenza di “quantificare la natura e l’intensità” degli stati affettivi ed emotivi della popolazione che partecipa a diversi contesti di vita e di lavoro (web, territori, organizzazioni, ecc…), distinta per genere, età ed altri indicatori strutturali.
Per gli appassionati e i critical friend statistici l’articolo è molto interessante ed è interamente scaricabile a partire dal link sopra indicato. Per approfondire gli aspetti metodologici si consiglia di leggere anche l’articolo “Affective Norms for English Words – (ANEW): Instruction Manual and Affective Ratings” .

Di fatto, in poche parole, lo studio si basa sull’analisi delle percezioni dei partecipanti in merito ad un set di circa un migliaio di parole della lingua inglese (in via di sviluppo anche per la lingua spagnola). Tali percezioni sono espresse attraverso l’auto-posizionamento del soggetto su tre differenziali semantici (che fanno riferimento agli studi di Osgood) e che offrono 9 posizioni su ciascuno dei 3 assi: buono-cattivo (psychological valence), attivo-passivo (arousal), forte-debole (dominance).

I diversi anni di sperimentazione in diversi contesti sono la garanzia della robustezza e della stabilità delle percezioni rispetto alle 1034 parole. Questo significa che è possibile disporre di un vocabolario di 1034 parole della lingua inglese a ciascuna delle quali è attribuito un punteggio medio per ciascuno dei tre assi sopra menzionati e un punteggio medio totale che consente di collocare la parola in una scala di felicità che va da 1 a 9.

Al di là dei maquillage statistici questo significa che se io scrivo una storia posso calcolarmi lo stato emotivo/affettivo della storia stessa in base ai puteggi associati alle parole che uso, e così via: se scrivo un breve pensiero, sms, ecc…  Posso anche vedere come nel tempo il mio stato affettivo/emotivo cambia in relazione alle parole che uso per dire le cose…

Oltre alle decine di citazioni che vengono in mente tra cui “l’emporio celeste dei conoscimenti benevoli” di Borges devo dire che lo sviluppo di questo studio, applicato al web, ai discorsi politici, alle organizzazioni, ecc… raggiunge una sua forma espressiva molto efficace nel sito We feel fine, in cui l’approccio viene applicato al web e in particolare a tutti quei casi in cui nel web vengono espresse emozioni “I feel…”. Attraverso questo sito è possibile osservare come le onde emotive prendono forma animata, come cambiano, come sono associate a diverse caratteristiche strutturali, come sono associate a immagini, video, è possibile leggere l’intero contenuto delle frasi, osservare le differenze tra collettivi, i dati sono costantemente aggiornate in tempo reale.

Il percorso dell’utente del sito che decide di vedere di cosa si tratti è esperienziale e si basa su un certo numero di passaggi chiamati “movimenti”. Inizialmente il primo movimento è di tipo percettivo: si comincia con una nuvola di particelle in movimento che rappresentano parole significative, di diversa dimensione a seconda della frequenza del loro utilizzo…si muovono nello spazio virtuale e tu puoi catturarle per andare a leggere la frase intera “I feel”… Il secondo movimento è più analitico…il terzo è connesso alle immagini dei feelings….e poi via via sempre più analitico ma non vi dico più nulla…

è chiaro che per il marketing questa roba è potente assai, ma non soltanto…
mi viene in mente un gioco “appreciative” in cui è possibile, in forma ludica, andare a vedere non tanto come le nostre storie cambiano nel loro contenuto specifico, quanto piuttosto nel loro modo di essere raccontate. Sviluppare uno sguardo apprezzativo, un’intelligenza di tipo apprezzativo, passando da un più frequente atteggiamento critico ad uno positivo, significa non tanto modificare ciò che andiamo a guardare e a valorizzare (anche questo, certamente) ma ha a che fare con il modo in cui noi andiamo a scegliere, guardare e dire le cose, gli eventi, le emozioni, quindi con il processo e non con l’oggetto. Il reframing o cambiamento dei nostri quadri/valori di riferimento passa per questa strada..

Allora un gioco appreciative potrebbe essere basato su alcuni di questi movimenti…(lavori in corso)… Gli elementi “critical” su questo approccio sono molti, ma cercando di avere uno sguardo apprezzativo proviamo a trasformarlo in qualcosa che per noi può essere significativo.

Ma mi chiedo, in Italia qualcuno ci sta per caso lavorando? Si sta costruendo un database di parole significative a cui sono associati punteggi più o meno stabili tali da poter essere confrontati con quanto emerge in contesti differenti?…

“sapevatelo!”, riediuchescional ciannel








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