Reflect-or: il bisogno di capire cosa abbiamo fatto

5 08 2009

In questi giorni estivi immersa nel caos di una cittadina di mare che d’estate si popola di diverse tribù: quella delle discoteche, quella del mare di giorno, quella delle gelaterie, quella della cena in riva al mare, quella che vive in macchina di notte con la radio accesa a tutto volume sotto casa mia, quella del “sole dei morenti” di Izzo, sento il bisogno di riflettere sull’esperienza vissuta fin qui nell’ambito del progetto Leonardo: Reflect-OR; anche per la necessità che avverto di cercare almeno nella mente un luogo rispettoso, etico, in cui collocarmi che si opponga a ciò che lo spettacolo della politica “lascia passare/uscire” in questo periodo.

Sento questa esigenza soprattutto per due motivi: primo perché le modalità di partecipazione degli amici operatori dell’orientamento dei COL (Centri per l’Orientamento al Lavoro del Comune di Roma) e dei CIOFS (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane) e le forme di appropriazione del processo da parte loro sono state per me ciò che in gergo viene definito come un “unexpected” positivo, ossia un positivo evento inatteso; secondo perché la densità dell’esperienza vissuta insieme a tutti i partecipanti al progetto e le prime forme di restituzione, fanno sì che la metodologia diventi “aperta” al processo e all’esperienza stessa, in grado cioè di apprendere dall’esperienza.

In questo senso la prima tappa di questa riflessione sul processo avviato nell’ambito del progetto Reflect-OR è stata la scrittura “a caldo” di un breve documento multivocale e vicino all’esperienza, che forse pubblicheremo qui una volta avuto l’ok di tutti i partecipanti, magari a settembre, e come seconda tappa una maggiore attenzione ad alcuni termini usati che rimandano ad un insieme di approcci metodologici.

Questa seconda tappa ha preso la forma di un glossario che potete trovare dal menu orizzontale del blog. E’ ancora incompleto, si arricchirà nel corso del tempo, magari con il contributo di chi legge e vuole aggiungere voci, suggerire l’arricchimento di una voce già esistente, e così via… Il modo in cui è presentato, ossia la successione dei termini, consente di costruire, a cascata e in forma modulare, il senso di alcuni passaggi metodologici fatti nell’ambito del progetto (solo in minima parte previsti in anticipo). Allo stesso tempo, forse più tardi la farò, permette di costruire una prima mappa concettuale (che va perfezionata a mano a mano che la riflessione procede) che visualizza la complessità e le origini di quello che noi definiamo approccio PAAR (Participative Appreciative Action and Reflection).

Il percorso non finisce qui…ci sono ancora molte tappe da fare, ma per il momento posso soltanto prendere atto della via seguita: a partire dalle voci interiori e dalla multivocalità dell’esperienza vissuta sto cercando di capire il senso dell’approccio, come se l’approccio fosse nell’”irrazionalità” direbbe Brunsson o nel “sensemaking” direbbe Weick dell’azione e non nell’apparente razionalità del processo decisionale.

alla prossima tappa…








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