- Appreciate (A)
- Inquire (I)
- Appreciative Inquiry (AI)
- Riflessività/Riflessione (R)
- Participatory Research (PR)
- Action Research (AR)
- Action Research Partecipativa (PAR)
- Participative Appreciative Action and Reflection (PAAR)
Appreciate (A)
Valorizzare, l’atto di riconoscere gli aspetti migliori nelle persone e nel mondo intorno a noi; di affermare i punti di forza passati e presenti, i successi e le potenzialità, di percepire le cose che danno energia, salute, vitalità, positività. Aumentare di valore, dare valore. Sinonimi: valorizzare, stimare, rispettare.
Inquire (I)
Esplorazione e scoperta. Porre domande, essere aperti a vedere nuove potenzialità e possibilità. Sinonimi: scoperta, ricerca, esplorazione sistematica, studio.
Appreciative Inquiry (AI)
L’Appreciative Inquiry, o Ricerca apprezzativa, è la ricerca di ciò che percepiamo come “positivo”, “migliore” nelle persone, nelle organizzazioni e, più in generale, nel mondo che ci circonda. Nella sua più ampia accezione si tratta di una sistematica scoperta di ciò che dà vita a un sistema organizzato (persona, organizzazione, società) nei momenti in cui è più vitale, più efficace, più costruttivo e capace in termini economici, ecologici e umani. L’AI coinvolge, in modo centrale, l’arte e la pratica di formulare domande che rafforzano la capacità delle persone, dei gruppi e delle organizzazioni di comprendere, anticipare e aumentare il proprio potenziale positivo. Questo comporta la mobilitazione delle persone nella ricerca (domande positive, interrogativi positivi) e nella riflessione.
Nell’AI l’arduo compito e il rigore dell’”intervento” cedono il passo alla velocità della fantasia, alla creatività e all’innovazione: anziché soffermarsi sulla negazione, sulla critica, sulle spirali e sui cicli di riflessione, sulla diagnosi dei problemi, si sofferma invece sulla scoperta, sul sogno, sui desiderata e sulla progettazione dell’azione.
L’AI, spesso inizialmente utilizzata per co-progettare lo sviluppo sostenibile di aree rurali e urbane, si fonda sostanzialmente sulla costruzione di un’unione costruttiva tra un gruppo di persone e ciò che la gente percepisce come capacità passate e presenti: risultati, attività, potenzialità inesplorate, innovazioni, punti di forza, pensieri, opportunità, parametri, momenti significativi, valori, tradizioni, competenze strategiche, racconti, manifestazioni ed espressioni di saggezza, intuizioni e visioni di possibili scenari futuri. Tenuto conto di tutte queste cose insieme, l’AI in tutto ciò che fa cerca di lavorare partendo da questo “positivo core/potenziale di cambiamento” e pone come assunto che ogni persona, gruppo, organizzazione, società ha molti potenziali positivi di cambiamento non esplorati e non espressi. L’AI collega l’energia di questo “core positivo” direttamente al fare quotidiano, al fine di favorire cambiamenti a vari livelli (individuale, di gruppo, organizzativo) – che vengono improvvisamente mobilitati democraticamente.
Riflessività (R)
Il significato di questo termine può variare a seconda della disciplina e/o del contesto in cui viene utilizzato, ed è rilevante non soltanto per la ricerca qualitativa. In termini generali richiama l’attenzione sulla complessità del processo di produzione della conoscenza, sul contesto in cui la ricerca ha avuto luogo, sui processi di apprendimento e sulle posizioni/punti di vista dei partecipanti. E’ respinta l’idea che le misurazioni, le osservazioni, le domande poste e lo studio di dati secondari, quali statistiche o database, siano inequivocabili o in una relazione non problematica in rapporto a tutto ciò che è al di fuori del materiale empirico. Considerare l’importanza fondamentale del processo d’interpretazione e delle diverse visioni dei soggetti partecipanti a tale processo implica che deve essere respinta l’assunzione di una semplice tesi di “mirroring” del rapporto tra ‘realtà’ o ‘fatti empirici’ e i risultati della ricerca (testo). La riflessione può, nel contesto della ricerca empirica, essere definito come l’interpretazione dell’interpretazione (doppia ermeneutica) e lo sviluppo di una capacità di auto-esplorazione (individuale e collettiva) della propria interpretazione degli eventi, delle azioni, delle esperienze (del “materiale empirico”, compresa la sua costruzione). La riflessione implica il fatto di prendere costantemente in considerazione diversi aspetti (che sono dietro e dentro il lavoro d’interpretazione), per mezzo dei quali il lavoro stesso può essere qualificato (Alvesson M, Skoldberg K, 2000).
Riflessione (R)
Lo sviluppo del termine ‘riflessione’ è cominciato con Dewey: questi osservò che la riflessione scaturisce da una qualche difficoltà o da un conflitto che la persona che sta apprendendo incontra. Anche se aveva riconosciuto il fatto che la riflessione nasce da difficoltà, dubbi e sorprese – tutti concetti collegati alle emozioni – nella sua teoria essa continuava ad essere un atto per lo più cognitivo. “La parola ragione è etimologicamente connessa alla parola ratio. L’idea sottostante, qui, è quella di esattezza della relazione. Il pensiero riflessivo è un processo che instaura relazioni.” (Dewey, 1933).
Schön (1983) ha successivamente sviluppato il concetto. Egli si proponeva di “trovare un’epistemologia della pratica” che fosse “implicita nei processi creativi e intuitivi che alcuni professionisti realizzano in situazioni di incertezza, di instabilità, di non unicità e di conflitto di valori”. Schön fece una distinzione tra riflessione sull’azione, vista essenzialmente come un’introspezione cognitiva passiva, e riflessione nel corso dell’azione, considerata come il processo interattivo e intuitivo che guida l’attività. Questo legame instaurato tra la riflessione e l’azione, o la pratica, portò allo sviluppo di modelli per il processo riflessivo noti come il ciclo riflessivo ‘single-loop’ (Korthagen, 1985; Gibbs, 1988) o quelli, frutto di successive ridefinizioni, come il ‘double loop learning’ (Argyris and Schön, 2003). Grazie al lavoro di Schön l’azione è diventata, all’interno della pratica riflessiva, una parte integrale della riflessione. Alcuni cicli riflessivi non vanno oltre il ‘single loop learning’ e riguardano, più che altro, l’efficacia di un determinato sistema. Il sistema definisce quello che possiamo vedere e di conseguenza orienta le nostre azioni fino al raggiungimento dei risultati all’interno del framework considerato. Il ‘double loop learning’ d’altro canto, è un tipo di apprendimento che mette in forse i valori e i modelli mentali che sottostanno alle nostre azioni. Ci porta al di là del versante funzionale dell’ambito in cui ci troviamo ad operare, lungo la strada della creatività, fino a che i nostri valori e addirittura le nostre azioni non risultino trasformate (Clarke e Chambers, 1999).
Parallelamente a Schön, Kolb (1984) ha esplorato i processi che si generano allorquando si dà significato alle esperienze concrete e vissute, ha poi sviluppato le sue intuizioni in merito all’apprendimento esperienziale in collaborazione con Fry formulando il modello dell’apprendimento esperienziale (Kolb e Fry, 1975). Questo ciclo consiste in una spirale di apprendimento all’interno della quale si susseguono quattro fasi. Ciascuna fase può essere il punto di partenza del ciclo di apprendimento: l’esperienza concreta, l’osservazione e la riflessione, la formulazione di concetti astratti e il loro test in situazioni concrete. Riflettere sull’esperienza porta allo sviluppo di una qualche teoria e alla pianificazione di future azioni, che a loro volta diventano oggetto di ulteriori riflessioni e teorie (Miller, 1993). Se l’apprendimento ha luogo, il movimento può essere considerato una spirale che rappresenta un processo crescente di intuizioni sempre più ampie e profonde. Uno dei problemi è che, in questa sua concezione dell’apprendimento Kolb non ha prestato sufficiente attenzione al processo della riflessione in sé. Da questo punto di vista, si può dire che l’apprendimento esperienziale è stato un promotore della pratica riflessiva, ma che non ha contribuito in maniera significativa a spiegare come la pratica riflessiva potesse e possa venir applicata nell’ambito della formazione. Forse questa mancanza può essere compensata se si applicano all’apprendimento esperienziale o il ciclo a ‘single loop’ o quello a ‘double loop’. Se Dewey aveva fatto riferimento alla riflessione come ad un processo di pensiero fortemente razionale e controllato, Boud, Keogh e Walker (1985) sono più attenti agli aspetti emotivi che, a seconda dei casi, possono fungere da stimolatori o da barriere per la riflessione nel corso dell’apprendimento. La riflessione, in questo caso, serve sia a dare significato all’azione, sia a stimolare ulteriore azione. Nella loro introduzione al volume “Reflection: Turning Experience into Learning”, gli autori descrivono la riflessione come “un complesso processo all’interno del quale le sensazioni e la cognizione sono strettamente correlate e interattive tra loro”.
Nel processo riflessivo, tre elementi sono particolarmente importanti:
1. il ricollegarsi all’esperienza: attraverso la memoria degli eventi importanti;
2. l’attenzione alle sensazioni: utilizzando quelle positive e rimuovendo quelle negative ed ostacolanti (un passo necessariamente preliminare ad ogni riconsiderazione razionale degli eventi);
3. la ri-valutazione dell’esperienza.
Mezirow (1991) ha ripreso e sviluppato l’idea di pratica riflessiva già formulata da Schön ed ha enfatizzato la riflessione critica, considerata una forma più profonda di pratica riflessiva. La riflessione critica mette in discussione le nostre convinzioni più importanti. Da questo punto di vista essa può portare a confrontarci con cose di noi stessi che preferiremmo non vedere o sapere. In tal senso ci può aiutare a passare ad un nuovo livello di pensiero e di azione. L’apprendimento trasformativo (transformative learning), essendo collegato in profondità con la persona, ha un impatto rilevante sullo sviluppo della persona stessa. Da questo punto di vista si può affermare che il lavoro di Mezirow è uno sviluppo dei primi lavori di Schön, dà enfasi sia ai vantaggi sia ai pericoli che ci possono essere per l’individuo nel passaggio da un livello funzionale ad uno trasformativo. Facendo riferimento all’apprendimento trasformativo, Mezirow (1991) ha scritto che: “l’apprendimento trasformativo comporta una maggiore consapevolezza delle proprie sensazioni e delle proprie credenze, una critica di quanto si dà per certo e assodato, una valutazione delle possibili alternative, la capacità di saper negare una prospettiva vecchia in favore di una nuova o, in alternativa, la capacità di saper fare una sintesi delle due, l’abilità di compiere azioni a partire dalle nuove prospettive assunte e il desiderio di adattare le nuove prospettive al più ampio contesto della propria vita. La trasformazione della propria prospettiva comporta che:
a. ci sia un rafforzamento del senso del sé;
b. ci sia una comprensione più critica di quanto la cultura e le relazioni sociali abbiano influenzato le nostre convinzioni e le nostre sensazioni;
c. si sviluppino delle strategie più funzionali e delle risorse migliori per poter passare all’azione”.
Quando il concetto di riflessione è stato usato in un certo numero di contesti e situazioni, ha arricchito il suo significato e ha assunto varie sfumature.
Participatory Research (PR)
L’origine dello sviluppo della PR (Participatory Research – Ricerca Partecipativa) va ricercata nei Paesi del Sud, come ad esempio l’America Latina, l’Africa e l’Asia. La motivazione dello sviluppo della PR è basato sulla volontà di superare le persistenti disuguaglianze esistenti dal punto di vista della distribuzione del potere e delle risorse. In questi Paesi si è sviluppata una crescente consapevolezza del fatto che, per la lotta contro l’oppressione e la povertà, una delle necessità maggiori è quella di affrontare il senso di impotenza che ad essi è associato. La PR non è una ricerca volta a documentare uno stato di fatto e ad informare la popolazione locale delle esigenze e delle prospettive, ma sottolinea ed enfatizza il processo di produzione di nuove conoscenze. In primo luogo assume l’obiettivo di aiutare soprattutto le persone emarginate e svantaggiate ad acquisire la fiducia in se stessi e l’orgoglio di essere in grado di fornire un utile contributo alla vita della comunità. In secondo luogo si fonda sulla creazione di relazioni rispettose ed empatiche all’interno dei gruppi professionali e nei confronti delle intuizioni e delle conoscenze che le persone sviluppano attraverso le proprie esperienze dirette. In terzo luogo considera l’ascolto della popolazione locale come fattore principale che contribuisce a evitare errori e a sviluppare programmi che tengano conto della situazione specifica e delle condizioni che influenzano il risultato stesso dei programmi (Chambers, 1983; de Koning e Martin, 1996).
I metodi utilizzati (sono molteplici e vanno dalle mappe mentali allo storytelling, ed altri ancora) sono meno importanti per l’approccio partecipativo rispetto alle questioni di potere che riguardano: chi avvia, chi possiede e chi controlla il processo di ricerca, che va dalla decisione su temi di ricerca e sulle domande di ricerca, passa attraverso la progettazione e la conduzione di ricerche, per poi considerare l’interpretazione e la presentazione dei dati e la determinazione dei risultati.
La partecipazione si basa dunque sullo sviluppo collettivo del progetto e dell’analisi e quindi si basa anche su buoni rapporti, di fiducia, tra tutti i partecipanti. Lavorare come un gruppo rende possibile vedere una situazione da diverse prospettive ed effettuare una serie di compiti simultaneamente; le prestazioni complessive sono suscettibili di essere superiori alla somma dei contributi dei singoli partecipanti. Ma le interpretazioni, i risultati, la percezione condivisa, indispensabile per l’ammissione al gruppo o comunità di azione, devono essere attentamente negoziate. La complessità di un team multidisciplinare di lavoro è generalmente poco modellizzabile e riproducibile. L’ingegno creativo degli operatori a livello mondiale ha consentito di aumentare notevolmente la gamma di metodi partecipativi in uso (vedi Note RRA, 1988-1994; IDS / IIED, 1994; Pretty et al., 1995; Camere, 1992a, 19920; Mascarenhas et al., 1991; KKU, 1987, Conway, 1987). Molti sono stati tratti da una vasta gamma di contesti non rurali e non agricoli e sono stati adattati a nuove esigenze.
I metodi e gli approcci partecipativi rappresentano un’opportunità per costruire un migliore rapporto tra i vari attori che agiscono a livello di gruppo o organizzazione o a livello locale, nonché per aumentare la capacità di imparare gli uni dagli altri. Quando vengono utilizzati approcci partecipativi, tutti i partecipanti hanno l’opportunità di lavorare insieme in uno stesso team. In essi lo scambio di conoscenze ed esperienze permette di raggiungere un certo consenso su quello che viene percepito più importante e/o necessario.
Action Reseach (AR)
Esistono differenti tipologie di action research (AR). In generale queste si pongono come obiettivo il cambiamento di qualcosa in una situazione particolare. Questo qualcosa è di solito connesso alla pratica. In altre parole si tratta di comportamenti e atteggiamenti, ad esempio: come un soggetto potrebbe cambiare una procedura terapeutica, il modo di ascoltare e imparare da un paziente; come insegnare a una classe di bambini; come offrire un servizio a un cliente e così via. L’AR si basa sul potere che i singoli hanno di cambiare le loro pratiche. Pertanto, si concentra sulle esperienze e sugli sforzi del soggetto (Peshkin 1998, 2001) e sull’“Io” (Whitehead 2000). Il processo di AR di solito inizia con un singolo professionista che riflette su un aspetto del proprio lavoro e che va alla ricerca di settori in cui le modifiche potrebbero essere fatte. L’attenzione di questa azione è spesso ‘incorniciata’ in un problema o scaturisce da una preoccupazione. Questa concezione dell’AR è quindi finalizzata a ridurre il disagio e le perplessità mediante un processo di cambiamento, che prevede l’individuazione e la successiva eliminazione dei problemi. Per questo motivo alcune forme di action research possono essere associate a discorsi di carenze sostanziali (deficit-based).
Action Research Partecipativa (PAR)
Una concezione dell’Action research partecipativa (PAR) si costruisce sulla base di (e si estende a) questa visione generale dell’action research. Fondamentalmente estende l’ “Io” e lo trasforma in “Noi”. Considerando che l’origine e la proprietà del punto di riferimento per l’AR risiede all’interno dei singoli professionisti, per la PAR la sua legittimazione ad agire è all’interno del “Noi” collettivo. Ma l’“Io” non diventa invisibile, bensì ri-posizionato all’interno del “Noi”. E’ quest’unico elemento a rendere la PAR così impegnativa. Il “Noi” deve essere definito con molta attenzione. Così come poniamo differenti “Io” in ogni processo di cambiamento (ad esempio un Io creativo, un Io interrogatorio, un Io radicale, un Io scettico e così via), allo stesso modo porremo differenti “Noi”. In altre parole, diversi gruppi di persone (ad esempio, gli insegnanti, i pazienti, famiglie, operatori sociali, infermieri, medici, dirigenti, ecc) probabilmente parteciperanno al processo in modi diversi e in momenti diversi. Di più. Ogni gruppo partecipante (o gruppo di soggetti interessati) può avere diversi interessi, intenzioni e desiderare risultati diversi dal processo di cambiamento. Uno degli obiettivi del PAR è rendere trasparente la natura e l’influenza di questi diversi “Noi”.
Per avere successo la PAR dipende dall’autentica partecipazione dei soggetti coinvolti (Reason & Bradbury, 2007) e richiede un certo grado di collaborazione tra di loro. Una caratteristica importante della PAR è che mira a stabilire comunità di persone che partecipano e collaborano in un processo di cambiamento, dotate di capacità di auto-critica. Comunità impegnate a “illuminarsi” circa il rapporto tra la situazione attuale nella quale si trovano, azione volta a migliorare la situazione stessa e le sue conseguenze. Inoltre la PAR possiede un intento di emancipazione: i partecipanti si liberano dai vincoli istituzionali e personali che limitano il loro potere di vivere e i loro valori sociali legittimi e liberamente scelti. La PAR è anche un processo politico, perché coinvolge le persone in processi di cambiamento che interesseranno altri. Per questo motivo a volte crea resistenza al cambiamento, sia nei partecipanti stessi sia negli altri (Hughes & Rolls-Seymour, 2000).
La PAR è una convergenza e coalescenza di tradizioni teoretiche e pratiche, provenienti da diversi campi del lavoro nei servizi, quali l’assistenza sanitaria, il lavoro sociale, l’istruzione, l’organizzazione e lo sviluppo delle comunità, le analisi dell’agro-ecosistema, la gestione delle risorse naturali e così via (Chambers, 2007). Questo è spesso attribuito a due cose (Kemmis, 2006). In primo luogo alla rivitalizzazione delle Politiche Comunitarie e alla sua associazione con lo sviluppo partecipativo, il potere di partecipazione e l’attivismo politico (Botes e van Rensburg, 2000, Butcher et al, 2000; Lenneiye, 2000; Nakarmi, 2000). In secondo luogo al fallimento di alcune ricerche positiviste e della loro assunzione di applicabilità universale nei nuovi contesti sociali, culturali ed economici. La PAR è stata spesso associata a metodi che sono visibili e tangibili. Per esempio ‘mappe e diagrammi sono realizzati dalla popolazione locale, spesso sulla terra utilizzando materiali locali, utilizzando terra, sabbia, pietre, semi, ramoscelli, gesso, carboncino, carta, penne e altri materiali…. ‘(Chambers, 2007, pag 7). L’apprendimento attraverso azioni di gruppo è una caratteristica chiave della PAR.
Participative Appreciative Action and Reflection (PAAR)
L’etichetta PAAR è nuova. Tony Ghaye la usa in un duplice senso: da un lato per sottolineare lo sviluppo che proviene da un maggior numero di forme convenzionali di action research (AR) e dall’action research ‘partecipativa’ (PAR), verso una forma più esplicitamente ‘apprezzativa’; dall’altro lato per dare maggior enfasi alla riflessività e all’azione, inserendole in un processi di apprendimento di tipo partecipativo e apprezzativo piuttosto che all’interno di un più vincolante processo di action research. PAAR è una sistematica e rigorosa tipologia di ricerca democratica o, meglio, un processo democratico di apprendimento e di sviluppo di nuova conoscenza. PAAR riunisce azione e riflessione, con la partecipazione di una serie di soggetti interessati, al fine di individuare e amplificare le attuali realizzazioni e per la produzione di soluzioni pratiche in mis-allineamenti tra valori e azioni. Riguarda maggiormente il miglioramento e la sostenibilità del successo.

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