I diversi sentieri della scelta: i tarocchi come generatori di storie

2 10 2009

MARIA
Maria si è svegliata alle 7 e 30 come tutte le mattine in cui deve andare a scuola. Oggi è particolarmente agitata per via dell’interrogazione di tedesco: nell’ultimo compito in classe aveva ottenuto un misero sei e mezzo, rovinando quasi irrimediabilmente la consueta media dell’otto. Inoltre, la sera precedente, a cena, non era riuscita a resistere alla tentazione di inzuppare il pane nel sugo della pasta, trasgredendo vistosamente alle regole alimentari che si era cercata di dare a inizio settimana:  a giocarle un brutto tiro era stato il nervosismo. Più che la questione del compito, a preoccuparla sono stati i discorsi di suo padre. Ormai da qualche tempo, la sua  bottega non gode più del prestigio di un tempo: l’arte del liutaio non viene apprezzata come dovrebbe e la produzione industriale ha preso il sopravvento. Con la voce quasi rotta, sua padre aveva speso tutto il tempo della cena a spiegare il perché della crisi, a suo giudizio non imputabile alla presunta esosità dei prezzi artigianali, quanto all’arrogante capillarità della distribuzione industriale, colpevole di svalutare l’anima e la tradizione dello strumento musicale rendendolo merce da megastore.  Maria non era sicura di aver capito perfettamente tutte le argomentazioni di quel discorso ma di certo non le era sfuggita l’angoscia nella voce del padre né l’espressione corrucciata della madre che pure si era sforzata di sorriderle un paio di volte nel corso della cena quando i loro sguardi, alzatisi per un attimo dal piatto, avevano avuto la sventura di incrociarsi. L’ultima occhiata che Maria dette allo specchio prima di uscire di gran carriera dalla camera, non fece altro che aumentare il suo malumore, sottolineando spietatamente l’urgenza di una dieta ipocalorica.
Quando dopo un’ora di mezzi pubblici varcò la soglia della sua classe, a Maria non dispiacque affatto scoprire che al posto del compito in classe, avrebbe dovuto parlare con delle persone dell’università per una qualche specie di intervista.
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DAVIDE
Strappato violentemente dalla tranquilla e ovattata atmosfera del suo sogno, Davide fu investito dalla luce del sole che irruppe nella sua stanza attraverso le tende che sua madre aveva appena ritirato, accompagnando quel velocissimo gesto da un grido intimidatorio che lo invitava a vestirsi velocemente. Fra la veglia e il sonno, alle otto del mattino, Davide si lavò e si vestì con gesti meccanici e svogliati, prendendo pian piano confidenza con  la sua giornata. La sera prima aveva fatto molto tardi. Era uscito con quella ragazza che stava corteggiando ormai da tempo e che aveva ceduto al suo invito, invogliata, a suo parere, dalla prospettiva di un giro in moto e dalla partita di calcetto appena vinta. Pur essendo stato sempre molto popolare, grazie al suo bell’aspetto e ai suoi vestiti alla moda,  Davide aveva toccato l’apice del suo appeal dopo aver segnato il goal decisivo nel torneo studentesco che aveva visto trionfare il suo liceo contro gli eterni avversari del tecnico Leonardo Da Vinci.  Davide non giudicava un caso il fatto che proprio adesso, la stessa ragazza alla quale aveva lanciato da tempo chiari segnali di apprezzamento, avesse finalmente ceduto alle sue avance invitandolo  ad uscire. La serata era andata benissimo e non vedeva l’ora di arrivare in classe e dai suoi amici con una nuova conquista di cui vantarsi. Riguardo al compito di tedesco, Davide non si preoccupava certo un granché, convinto che il sei politico, alla fine dell’anno, l’avrebbe comunque ottenuto e che avrebbe dovuto giusto impegnarsi un po’ qualche settimana prima dell’esame di maturità . Prendere un voto decente agli esami, era importante per tranquillizzare i suoi genitori che già da qualche mese stavano molto più all’erta riguardo al suo rendimento scolastico, in vista del fantomatico ingresso nel mondo dell’Università. D’altronde, il dialogo con i suoi, soprattutto negli ultimi due anni, si era ridotto veramente all’osso.  Davide si era reso conto da qualche tempo di un fatto piuttosto strano: la maggior parte delle volte, quando si riferivano agli esseri umani, suo padre e sua madre non li chiamavano  persone ma  ‘clienti’ o ‘pazienti’. Tutto il mondo fuori dalla sua famiglia, o comunque la parte più importante e significativa del resto del mondo, si divideva fra contenziosi giuridici dei clienti del padre e terapie lunghissime dei pazienti della madre; a tratti, in alcune conversazioni, si insinuavano poi i ‘parenti’ che solo occasionalmente diventavano clienti e pazienti a loro volta.  Per questo Davide perdeva molto interesse nel partecipare a questo tipo di conversazioni ma forse, una volta varcata la soglia dell’Università, avrebbe avuto anche lui qualcosa da dire riguardo ai suoi futuri pazienti o clienti.
Dopo aver trangugiato la colazione, Davide inforcò la moto e uscì dal vialetto di casa sua seguito a ruota dalla smart della madre e dalla bmw del padre.
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Irene Pellegrini





“Paradiso all’inferno”

14 09 2009

E’ il titolo in italiano del nuovo libro di Rebecca Solnit , “A Paradise Built in Hell”, in uscita nei prossimi giorni in Italia, edizioni Fandango.

Cosa accade ad una comunità che vive l’esperienza di un grande disastro come un terremoto, oppure un uragano, o un attentato terroristico? Cosa resta, per chi resta, quando i contesti, gli oggetti, le persone, le regole, gli spazi, improvvisamente cambiano, spariscono, mutano forma e significato in relazione ad un evento inaspettato e doloroso. Come cambiano i significati, qual è il senso della comunità che viene ricostruito, i valori che resistono alla violenza di qualsiasi impatto, in che modo si comincia ad immaginare cosa sarà della comunità, del luogo, il giorno dopo e poi quello dopo ancora…

E’ possibile che dalle macerie emergano, oltre al dolore e alla disperazione, nuove forme di espressione della nostra capacità di costruire le relazioni, nuove forme di consapevolezza di ciò che possiamo fare per noi e per gli altri, dei nostri “doni” , dei nostri “talenti”  e del modo di metterli in sinergia con quelli degli altri, nuove forme di immaginazione, di creatività per costruire nuove visioni future, nuove modalità di riscoprire la forza dei valori che restano oltre il muro, oltre le routine, oltre la paura?

L’edizione italiana del libro prevede un capitolo in più, scritto da uno dei suoi traduttori, Andrea Spila, sul terremoto in Abruzzo, di cui riporto un breve stralcio:

 

“Un animalista perlustra le vie del centro storico dell’Aquila alla ricerca
di gatti dispersi, una professoressa di biochimica scrive un libro
in un camper per contribuire alla ricostruzione dell’università, una
compagnia di teatranti gira per le tendopoli distribuendo nasi da
clown, un gruppo di amici legati a un circolo culturale riempie un
autobus di libri, un comitato di associazioni cerca i migranti nei
campi per aiutarli a difendere i loro diritti, una docente decide di insegnare
l’italiano e di imparare il punjabi e il cinese.

Che cosa hanno in comune queste storie di volontari aquilani? Subito
dopo le scosse, nella scia della devastazione, i cittadini hanno
reagito prontamente all’emergenza, arrampicandosi sulle rovine e
scavando tra le macerie alla ricerca dei dispersi, raggiungendo i reparti
pericolanti dell’ospedale per aiutare a evacuarlo, accogliendo familiari,
amici e vicini nelle automobili e nei camper non danneggiati
dal sisma. Nei giorni successivi, quando la gravità della catastrofe
si è manifestata con il suo lungo elenco di vittime e con le immagini
di città e paesi dal volto irriconoscibile, queste stesse persone hanno
cominciato a ricostruire la loro città, non quella fatta di pietre e
mattoni, ma quella dei rapporti umani e sociali”.
(pag 437)

 In che modo è possibile far emergere tutto questo, comunicarlo? E in che modo e cosa ”gli altri”, che non sono stati colpiti da queste tragedie, possono imparare dal modo in cui le comunità colpite si stanno ricostruendo, innovandosi, riscoprendosi.

In che modo possiamo costruire spazi discorsivi che non siano quelli messi al servizio della politica e/o dei servizi d’ordine che oscurano, rendono invisibili e mute queste nuove forme di co-costruzione del senso dei luoghi, delle relazioni e dei progetti stessi sul “futuro”?

 

*grazie a Francesco Consoli per essere il referente questo importantissimo filone di riflessione e per averci segnalato il testo. Sono previsti eventi futuri di presentazione del libro?





La realtà delle tecnologie – post di Daniele Vinci

28 08 2009

Questo post è stato scritto da Daniele Vinci

I media sociali – sì appunto Twitter, Facebook, Youtube, i blog e così via – possono ancora essere presi con sufficienza soltanto da chi non vive nella realtà [ Luca de Biase, La realtà della Rete,  Nòva24, inserto de “Ilsole24Ore” di giorno 27-08-2009. art. pag. 9 ].

E’ evidente, Digital Native o meno, che viviamo circondati dalle tecnologie. Chi prende maggior consapevolezza di ciò sono in primo luogo i gruppi formalizzati di persone, aziende, gruppi professionali. Bisogna stare al passo con le tecnologie o  bisogna saper interagire con esse, quindi saperle gestire, senza esserne schiavi del loro progresso?

Non esiste una risposta esatta, ci sono semplici previsioni, ad esempio la Singolarità Tecnologica, definita così da  Veron Vinge, ipotizza menti umane super sviluppate grazie alla condivisione ed all’uso sapiente dei network di persone in Rete.

Un altro esempio di studio, forse più pragmatico e vicino alle esigenze di chi lavora con gruppi di persone è quello portato alla luce da Etienne Wenger: “Digital Habitats: stewarding technology for communities“. Come leggo attraverso il blog di Gianni Marconato, la lettura del libro mette in risalto un cambio di prospettive rispetto all’approccio con le tecnologie.

Usare le tecnologie all’interno di una pratica professionale non significa conoscere pienamente ogni funzione ma conoscere quelle necessarie alla professione. Sembra una banalità, ma è un cambio di prospettiva rispetto all’uso delle tecnologie.

Nella mia tesi specialistica: Innovazioni e pratiche didattiche: l’uso della Rete da parte dei docenti ho cercato di mettere a confronto alcuni insegnanti sull’uso delle tecnologie nella loro pratica didattica. Quello che è emerso ad una prima analisi è stata, infatti, una molteplicità di approcci, non comuni a tutti i docenti.

Credo che la prospettiva analizzata da Wenger debba essere presa in considerazione, in attesa di leggere approfonditamente il libro, seguirò il suo blog dove suggerisce alcuni tool – come suggerisce Nancy (co-autrice del libro) the constellation of tools-  utili a seconda delle necessità.

Lascio infine la visione di un video che potrebbe far riflettere sulla progressione della tecnologia e su ciò che potrà avvenire in un futuro prossimo: Social Media Revolution [ tratto da Pandemia]





Reflect-or: il bisogno di capire cosa abbiamo fatto

5 08 2009

In questi giorni estivi immersa nel caos di una cittadina di mare che d’estate si popola di diverse tribù: quella delle discoteche, quella del mare di giorno, quella delle gelaterie, quella della cena in riva al mare, quella che vive in macchina di notte con la radio accesa a tutto volume sotto casa mia, quella del “sole dei morenti” di Izzo, sento il bisogno di riflettere sull’esperienza vissuta fin qui nell’ambito del progetto Leonardo: Reflect-OR; anche per la necessità che avverto di cercare almeno nella mente un luogo rispettoso, etico, in cui collocarmi che si opponga a ciò che lo spettacolo della politica “lascia passare/uscire” in questo periodo.

Sento questa esigenza soprattutto per due motivi: primo perché le modalità di partecipazione degli amici operatori dell’orientamento dei COL (Centri per l’Orientamento al Lavoro del Comune di Roma) e dei CIOFS (Centro Italiano Opere Femminili Salesiane) e le forme di appropriazione del processo da parte loro sono state per me ciò che in gergo viene definito come un “unexpected” positivo, ossia un positivo evento inatteso; secondo perché la densità dell’esperienza vissuta insieme a tutti i partecipanti al progetto e le prime forme di restituzione, fanno sì che la metodologia diventi “aperta” al processo e all’esperienza stessa, in grado cioè di apprendere dall’esperienza.

In questo senso la prima tappa di questa riflessione sul processo avviato nell’ambito del progetto Reflect-OR è stata la scrittura “a caldo” di un breve documento multivocale e vicino all’esperienza, che forse pubblicheremo qui una volta avuto l’ok di tutti i partecipanti, magari a settembre, e come seconda tappa una maggiore attenzione ad alcuni termini usati che rimandano ad un insieme di approcci metodologici.

Questa seconda tappa ha preso la forma di un glossario che potete trovare dal menu orizzontale del blog. E’ ancora incompleto, si arricchirà nel corso del tempo, magari con il contributo di chi legge e vuole aggiungere voci, suggerire l’arricchimento di una voce già esistente, e così via… Il modo in cui è presentato, ossia la successione dei termini, consente di costruire, a cascata e in forma modulare, il senso di alcuni passaggi metodologici fatti nell’ambito del progetto (solo in minima parte previsti in anticipo). Allo stesso tempo, forse più tardi la farò, permette di costruire una prima mappa concettuale (che va perfezionata a mano a mano che la riflessione procede) che visualizza la complessità e le origini di quello che noi definiamo approccio PAAR (Participative Appreciative Action and Reflection).

Il percorso non finisce qui…ci sono ancora molte tappe da fare, ma per il momento posso soltanto prendere atto della via seguita: a partire dalle voci interiori e dalla multivocalità dell’esperienza vissuta sto cercando di capire il senso dell’approccio, come se l’approccio fosse nell’”irrazionalità” direbbe Brunsson o nel “sensemaking” direbbe Weick dell’azione e non nell’apparente razionalità del processo decisionale.

alla prossima tappa…








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