Recensione – Innovazione nel coaching sportivo, le R-cards

23 01 2010
recensione

Terzo appuntamento con la rubrica di recensioni di Reflective Learning Italy, dedicata agli articoli sul tema delle pratiche riflessive e dell’apprendimento riflessivo in diversi contesti professionali e organizzativi pubblicati sulle principali riviste internazionali.

L’articolo originale recensito oggi è acquistabile qui.

Titolo dell’articolo:
Innovazione nel coaching sportivo: l’applicazione delle carte riflessive
(Reflective Practice, vol. 10, n. 3 – Luglio 2009)
(recensione a cura di STEFANIA BOVADILLA)

Autori: C. Huges, S. Lee, G. Chesterfield

Paese e contesto dell’esperienza: Cirencester, Cirencester College; Gloucestershire, UWE Hartpury College; University of Gloucestershire.
Contatto: cyh[at]cirencester.ac.uk
Ambito professionale: coaching sportivo, in particolare equine coach
Problema: gap tra riflessione durante e dopo l’azione, che indeboliscono la consapevolezza nei processi di decision making.
Obiettivo: dimostrare l’efficacia delle carte riflessive, che sviluppano le competenze riflessive del coach, con lo scopo di rendere più consapevoli i processi decisionali.
Fonti dei dati: carte riflessive (per una riflessione nell’azione), fogli di riflessione sull’azione, registrazioni dei focus group.
Parole chiave: riflessione, carte riflessive (R-cards), riflessione durante e sull’azione, osservazione attenta.
Riassunto: L’articolo presenta una ricerca relativa all’utilità delle carte riflessive (r-cards), condotta su alcuni equine coach sportivi, che sono stati monitorati per sei settimane.
L’uso delle R-card porta ad un empowerment e a una maggiore padronanza della pratica di coaching, basata sull’azione razionale e sul calcolo delle conseguenze delle decisioni prese.
Imparare dalla riflessione durante e sulle esperienze fatte, anche se spesso devono agire troppo in fretta per poter riflettere. Le r-card si rivelano un modo veloce e preciso per riflettere durante l’azione.
Sulle carte, durante le sessioni, vanno annotati gli eventi a cui associare la competenza su cui riflettere, per fermare, durante l’azione, i dettagli che altrimenti verrebbero presto dimenticati. In un secondo momento, dopo la compilazione di alcuni fogli riflessivi. Periodicamente poi, attraverso dei focus group, i coach discutevano delle esperienze avute e dell’utilità delle R-card.
Sono state individuate cinque competenze principali: capacità di giudicare, capacità di comunicazione, decision making, lavoro di gruppo e osservazione.
Condividere l’esperienza con gli altri permette di sviluppare conoscenza, di individuare i punti in comune e di arrivare a una migliore comprensione dei contesti, attraverso la registrazione di pensieri e sensazioni.
Dai dati raccolti emergono delle linee comuni, grazie alle quali si è proceduto alla categorizzazione delle varie tematiche: (praticità delle R-cards, presa di coscienza del processo di riflessione, sviluppo di capacità di conoscenza, potenziale per lo sviluppo della figura del coach, comunanza delle competenze riflessive.
Note di Recensione

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Recensione – Farmacisti prescrittori, riflessioni sulle competenze

14 12 2009
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Secondo appuntamento con la rubrica di recensioni di Reflective Learning Italy, dedicata agli articoli sul tema delle pratiche riflessive e dell’apprendimento riflessivo in diversi contesti professionali e organizzativi pubblicati sulle principali riviste internazionali.

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Titolo dell’articolo:
Riflessioni scritte dai farmacisti prescrittori sullo sviluppo delle loro competenze nel consulto
(Reflective Practice, vol. 10, n. 4 – Settembre 2009-10-10)
(recensione a cura di ELISA CAVICCHIOLO)
Autori: R.M. Edwards, J. Cleland, K. Bailey, S. McLachlan, L-M. Mc Vey
Paese e contesto dell’esperienza: Inghilterra, School of Pharmacy, Robert Gordon University, Schoolhill, Aberdeen.
Contatto: r.edwards[at]rgu.ac.uk
Ambito professionale: farmacisti che hanno completato la formazione come Pharmacist Prescribers presso la School of Pharmacy
Problema: superare le difficoltà di comunicazione durante il consulto
Obiettivo: creare fiducia nel paziente durante il consulto, riflettere ed apprendere dalla  pratica individuando poi le aree di miglioramento
Fonti dei dati: analisi del contenuto di diari riflessivi
Parole chiave: riflessione, reflective learning, farmacisti, competenze nel consulto
Riassunto: L’articolo è relativo ad un’indagine sul contenuto di diari riflessivi tenuti da 58 farmacisti che hanno concluso il corso come farmacisti prescrittori presso la School of Pharmacy. L’indagine investe le diverse fasi del modello Calgary-Cambridge, che individua alcuni passaggi chiave nel consulto, ovvero:

  • preparazione
  • inizio del consulto
  • raccolta delle informazioni
  • costruzione di una relazione con il paziente
  • analisi e programmazione
  • chiusura del consulto

I diari riflessivi hanno quindi tenuto conto di ognuno di questi passaggi, evidenziando sia le capacità relazionali dei partecipanti, sia alcune storie significative o momenti di criticità.
La riflessione sulla pratica ha permesso ai farmacisti di superare la consuetudine di focalizzarsi soltanto sul medicamento, aiutando a concentrare la propria attenzione sul paziente, sulle sue richieste e i suoi bisogni.

Note di Recensione

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Recensione – Costruire una comunità di pratica

12 11 2009
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Inauguriamo oggi la rubrica di recensioni di Reflective Learning Italy, dedicata agli articoli sul tema delle pratiche riflessive e dell’apprendimento riflessivo in diversi contesti professionali e organizzativi pubblicati sulle principali riviste internazionali.

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Titolo dell’articolo:
Costruire una comunità di pratica: narrative riflessive di apprendimento e sviluppo accademico
(Reflective Practice, vol. 10, n. 4 – Settembre 2009-10-10)
(recensione a cura di FRANCESCO CONSOLI)

Autori: M.S. Barrett, J. Ballantyne, S. Harrison, N. Temmerman
Paese e contesto dell’esperienza: Australia ( Queensland), Università St. Lucia, Università Griffith, Università di Southern Queensland.
Contatto: m.barrett[at]uq.edu.au
Ambito professionale: professori che insegnano educazione musicale in differenti istituzioni universitarie

Problema: superare l’isolamento accademico, personale, istituzionale che deriva dalla dispersione in diverse università
Obiettivo: sviluppare la collaborazione inter-universitaria e a distanza tra professori  sviluppando una comunità di pratiche virtuale  per costruire un progetto di formazione di nuovi professori di musica.

Fonti dei dati: diari riflessivi, registrazioni  audio e trascrizioni di incontri, archivi email, e appunti di discussione dei membri del team di progetto.
Parole chiave: comunità di pratiche, pratica riflessiva, educazione superiore, educazione musicale, collaborazione.

Riassunto: Questo articolo parla dell’evoluzione di una comunità di pratiche accademica e identifica i risultati che questa evoluzione ha avuto a livello individuale e collettivo. L’occasione per la creazione di questa comunità è stata la costruzione congiunta di una domanda di finanziamento di un progetto di apprendimento ed insegnamento volto a migliorare la formazione degli insegnanti in un curriculum di musica e la successiva implementazione di questo progetto. L’articolo è costruito a partire da un’ampia base di dati che comprendono i diari riflessivi individuali, registrazioni audio e trascrizioni di incontri, archivi di email e discussioni da parte dei membri del gruppo di progetto. L’obbiettivo dell’articolo è di gettare luce e porre interrogativi sui processi che hanno sostenuto lo sviluppo di questa comunità di pratiche e di considerare le implicazioni per il mondo accademico.
Note di Recensione

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I diversi sentieri della scelta: i tarocchi come generatori di storie

2 10 2009

MARIA
Maria si è svegliata alle 7 e 30 come tutte le mattine in cui deve andare a scuola. Oggi è particolarmente agitata per via dell’interrogazione di tedesco: nell’ultimo compito in classe aveva ottenuto un misero sei e mezzo, rovinando quasi irrimediabilmente la consueta media dell’otto. Inoltre, la sera precedente, a cena, non era riuscita a resistere alla tentazione di inzuppare il pane nel sugo della pasta, trasgredendo vistosamente alle regole alimentari che si era cercata di dare a inizio settimana:  a giocarle un brutto tiro era stato il nervosismo. Più che la questione del compito, a preoccuparla sono stati i discorsi di suo padre. Ormai da qualche tempo, la sua  bottega non gode più del prestigio di un tempo: l’arte del liutaio non viene apprezzata come dovrebbe e la produzione industriale ha preso il sopravvento. Con la voce quasi rotta, sua padre aveva speso tutto il tempo della cena a spiegare il perché della crisi, a suo giudizio non imputabile alla presunta esosità dei prezzi artigianali, quanto all’arrogante capillarità della distribuzione industriale, colpevole di svalutare l’anima e la tradizione dello strumento musicale rendendolo merce da megastore.  Maria non era sicura di aver capito perfettamente tutte le argomentazioni di quel discorso ma di certo non le era sfuggita l’angoscia nella voce del padre né l’espressione corrucciata della madre che pure si era sforzata di sorriderle un paio di volte nel corso della cena quando i loro sguardi, alzatisi per un attimo dal piatto, avevano avuto la sventura di incrociarsi. L’ultima occhiata che Maria dette allo specchio prima di uscire di gran carriera dalla camera, non fece altro che aumentare il suo malumore, sottolineando spietatamente l’urgenza di una dieta ipocalorica.
Quando dopo un’ora di mezzi pubblici varcò la soglia della sua classe, a Maria non dispiacque affatto scoprire che al posto del compito in classe, avrebbe dovuto parlare con delle persone dell’università per una qualche specie di intervista.
LA SCELTA DI MARIA: scopri la carta, clicca sul tarocco

DAVIDE
Strappato violentemente dalla tranquilla e ovattata atmosfera del suo sogno, Davide fu investito dalla luce del sole che irruppe nella sua stanza attraverso le tende che sua madre aveva appena ritirato, accompagnando quel velocissimo gesto da un grido intimidatorio che lo invitava a vestirsi velocemente. Fra la veglia e il sonno, alle otto del mattino, Davide si lavò e si vestì con gesti meccanici e svogliati, prendendo pian piano confidenza con  la sua giornata. La sera prima aveva fatto molto tardi. Era uscito con quella ragazza che stava corteggiando ormai da tempo e che aveva ceduto al suo invito, invogliata, a suo parere, dalla prospettiva di un giro in moto e dalla partita di calcetto appena vinta. Pur essendo stato sempre molto popolare, grazie al suo bell’aspetto e ai suoi vestiti alla moda,  Davide aveva toccato l’apice del suo appeal dopo aver segnato il goal decisivo nel torneo studentesco che aveva visto trionfare il suo liceo contro gli eterni avversari del tecnico Leonardo Da Vinci.  Davide non giudicava un caso il fatto che proprio adesso, la stessa ragazza alla quale aveva lanciato da tempo chiari segnali di apprezzamento, avesse finalmente ceduto alle sue avance invitandolo  ad uscire. La serata era andata benissimo e non vedeva l’ora di arrivare in classe e dai suoi amici con una nuova conquista di cui vantarsi. Riguardo al compito di tedesco, Davide non si preoccupava certo un granché, convinto che il sei politico, alla fine dell’anno, l’avrebbe comunque ottenuto e che avrebbe dovuto giusto impegnarsi un po’ qualche settimana prima dell’esame di maturità . Prendere un voto decente agli esami, era importante per tranquillizzare i suoi genitori che già da qualche mese stavano molto più all’erta riguardo al suo rendimento scolastico, in vista del fantomatico ingresso nel mondo dell’Università. D’altronde, il dialogo con i suoi, soprattutto negli ultimi due anni, si era ridotto veramente all’osso.  Davide si era reso conto da qualche tempo di un fatto piuttosto strano: la maggior parte delle volte, quando si riferivano agli esseri umani, suo padre e sua madre non li chiamavano  persone ma  ‘clienti’ o ‘pazienti’. Tutto il mondo fuori dalla sua famiglia, o comunque la parte più importante e significativa del resto del mondo, si divideva fra contenziosi giuridici dei clienti del padre e terapie lunghissime dei pazienti della madre; a tratti, in alcune conversazioni, si insinuavano poi i ‘parenti’ che solo occasionalmente diventavano clienti e pazienti a loro volta.  Per questo Davide perdeva molto interesse nel partecipare a questo tipo di conversazioni ma forse, una volta varcata la soglia dell’Università, avrebbe avuto anche lui qualcosa da dire riguardo ai suoi futuri pazienti o clienti.
Dopo aver trangugiato la colazione, Davide inforcò la moto e uscì dal vialetto di casa sua seguito a ruota dalla smart della madre e dalla bmw del padre.
LA SCELTA DI DAVIDE: scopri la carta, clicca sul tarocco

Irene Pellegrini





Astrazione, empatia, metafora

29 09 2009

Sul Boston Globe un paio di giorni fa è apparso un articolo di Drake Bennet (Thinking literally) molto interessante (che ho scoperto grazie alle twitterate di RL-IT). In particolare ha catturato la mia attenzione una frase di John Bargh (Yale): “The abstract way we think is really grounded in the concrete, bodily world much more than we thought”. Nietzsche diceva che la comprensione umana non è nulla più di un espediente, una rete di metafore cucite insieme delle nostre impressioni superficiali del mondo. “Nella loro ignoranza, la gente scambia erroneamente queste metafore familiari per la verità. Crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse quando parliamo di alberi, colori, neve e fiori, ma non possediamo altro che metafore per le cose – metafore che non corrispondono in alcun modo ai soggetti originali”. George Lakoff (linguista di Berkeley) e Mark Johnson (filosofo dell’Oregon) hanno ripreso il discorso di Nietzsche e analizzato quelle metafore che chiamano primarie (quelle che potrebbero essere definite cliché, tipo “le categorie sono contenitori”, o “la somiglianza è vicinanza”, anche se qualche filosofo un po’ meno americano e un po’ più europeo avrebbe da dire – giustamente – anche su questo).
Cosa ne è venuto fuori? Tanto, soprattutto tanto materiale per gli psicologi. Ma un pensiero buffo in particolare mi ha fatto riflettere: “Ciò che abbiamo scoperto negli ultimi 30 anni è – sorpresa! – che le persone pensano con il proprio cervello. E il loro cervello… fa parte del loro corpo”. Dal pensiero buffo emerge un’argomentazione a mio parere importantissima (anche per RL!), sebbene appaia scontata: il pensiero astratto sarebbe insignificante senza un’esperienza del corpo. E proprio le metafore primarie, per la loro ubiquità (ovvero nella presenza costante nelle varie lingue) e per la loro fisicità, sono la prova più potente a supporto di queste conclusioni.
Nel bell’articolo di Bennett si portano molti esempi e vengono citati, forse come passaggio successivo, alcuni esperimenti (anche naïf) che provano l’importanza ricoperta dal contesto “fisico” in cui ci troviamo (ad esempio se ci troviamo una stanza calda o fredda, etc) nelle nostre “valutazioni” e nei nostri giudizi.
Anche questa non è una novità. Ma allora cosa mi ha fatto scattare lo switch nel cervello?
Il passaggio dalla teoria all’azione: queste considerazioni infatti portano all’obbligo (etico, morale e professionale) di tenere conto di tutti i fattori per comprendere la necessità, ad esempio in ambito formativo, di studiare e preparare bene i “contesti e i luoghi” che accolgono i partecipanti; e ancora, nell’ambito dello storytelling, la necessità di riconoscere e analizzare il ruolo e l’interpretazione delle metafore agganciate alla situazione, al vissuto del soggetto narrante, anche nel momento stesso del racconto.

Mi spingo ancora oltre, azzardando un po’.
Un breve preambolo necessario… Ricordo un testo di Worringer, “Astrazione ed empatia”, in cui l’autore parla dell’arte tentando di comprendere “l’intima affinità che lega il sentimento del mondo all’espressione figurativa di un popolo”, il nesso tra anima collettiva e stile. La forma viene intesa come risultato dell’incontro tra uomo e mondo, in un alternarsi di empatia, dal greco “sentire con” (es. il realismo, l’arte romana), ed astrazione, dal latino “scostare” (es. l’arte primitiva, ma anche l’astrattismo dei suoi tempi). W. interpretava l’empatia come un naturalismo che porta a godere dell’oggetto rappresentato (della forma organica) in quanto riconosciuto come uguale a quello fisico, mentre l’astrattismo (stile) viene descritto come una sorta di necessità di allontanarsi, attraverso l’uso di forme geometriche e dunque inorganiche, dalla realtà della natura ricreando un mondo “altro”. Theodor Lipps fu il primo che spostò il discorso dall’estetica alla comunicazione intersoggettiva, parlando di empatia quale processo innato di identificazione e protezione. Edith Stein (allieva di Husserl) approfondì ancora di più l’argomento, definendo l’empatia come “atto paradossale attraverso cui la realtà di/dell’altro, di ciò che non siamo, non abbiamo ancora vissuto o non vivremo mai e che ci sposta altrove, nell’ignoto, diventa elemento dell’esperienza più intima, cioè quella del sentire insieme, che produce ampliamento verso ciò che è oltre, imprevisto”. Anche nel momento della massima immedesimazione l’Io non scompare in un Io fusionale o subordinato, ma mantiene una sua diversità. Dunque l’empatia (e qui sto citando un bellissimo intervento dello storico dell’arte Luciano Berti) in questo senso è “un ponte tra vita personale e vita altrui, tra vita personale e sociale. E’ la genesi del noi sociale, luogo di cooperazione e di condivisione”.
Da un lato dunque abbiamo il “ponte sensibile” dell’empatia e dall’altro il “ponte mentale” dell’astrazione, ovvero un concetto che sostituisce un insieme di oggetti o descrive gli oggetti in base a proprietà a loro comuni.

Detto ciò.
Detto ciò, è possibile pensare che si possa trovare un “ponte fra i ponti”, ovvero un collegamento che consente di creare e dare valore alle reti di relazioni, tra individuo e società, tra soggetto sociale e individuo singolo, tra mente e corpo, tra mente collettiva e pensiero individuale? E’ possibile che questo hyper-bridge abbia anche un nome? e se questo nome fosse proprio la metafora?

Non posso non pensare a Borges, ma soprattutto a Gilles Deleuze e alla sua metafora del rizoma (cfr. “Millepiani”), che a Deleuze ha fatto rievocare il gatto del Cheshire… ma forse è meglio fermarsi qui! :)

Emma Ciceri





Il corpo delle donne – tra immagine e appartenenza

20 09 2009

il corpo delle donneUn documentario. Un’iniziativa lanciata online su Youtube, su Facebook. Sbarcata in alcuni festival e manifestazioni. E poi in tv e sui giornali. E ancora, a rimbalzo e in ri-diffusione, in Rete.
Ne parlo oggi perché ogni rilancio, in Rete, attualizza un tema, lo rinnova e propone nuove riflessioni, nuove prospettive, crea nuova partecipazione; e mai come in questo caso gli argomenti affrontati vanno tenuti vivi. Il documentario in questione è intitolato “Il corpo delle donne” e lo trovate su Youtube qui (diviso in capitoli) oppure in versione integrale qui.

C’è chi, come Milly Buonanno o Loredana Cornero, scrive da anni sull’argomento donne e tv con l’occhio vigile e critico dello studioso (e talvolta concentrandosi più sul medium che sul soggetto, ma questo è un discorso a parte).
E c’è chi, come Lorella Zanardo, ne parla di pancia, arrivandoci (forse) quasi per caso. L’argomento, si diceva… la tv e le donne. O meglio: la rappresentazione televisiva del corpo delle donne.

Sembra un tema scontato e sembra che a pochi interessi affrontarlo davvero: tacitato ogni tentativo di affrontarlo, perché tale e tanto vasto è il problema che non basterebbe nemmeno una rivoluzione culturale, non mi azzardo poi a parlare di rivoluzione morale, coi tempi che corrono. Ma proprio questo è il punto: è come se il problema fosse stato vagamente percepito, poi introiettato e infine… sublimato. In poche parole è talmente evidente che per molti è diventato trasparente.

Perché lo definisco problema? Perché la donna in tv in realtà non esiste. Non c’è. Il suo corpo, quello sì, c’è. Ed è utilizzato: è strumento a servizio dell’audience. In quanto tale, spersonalizzato e costantemente “rimodellato” per farlo apparire gradevole a un generico “target maschile”, mentre il “target femminile” delle spettatrici sempre più tenta di somigliare a questo modello preconfezionato in quanto, appunto, universalmente riconosciuto come strumento che garantisce attenzione e dunque successo.

Torno a Lorella Zanardo: ha registrato in collaborazione con Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù 400 ore di trasmissione televisiva dedicata all’intrattenimento su canali Rai e Mediaset. Ha poi selezionato 25 minuti. E vi ha sovrapposto l’audio di una sua riflessione.
umiliazioneIl lavoro (andato in onda su La7 qualche mese fa, ripreso e moltiplicato in Rete e su vari quotidiani, tra i quali anche Le Monde) è una vera e propria denuncia: la tv sta “minando il paesaggio della coscienza di tutti”. Dice la regista in un’intervista su Repubblica.tv che in realtà l’elemento chiave emerso lavorando a questo documentario non è solo quello del corpo femminile esposto e rappresentato come oggetto sessuale. I temi “inattesi” sono anche altri due:
- L’
umiliazione della donna (qualcuno ricorda Flavia Vento rinchiusa in una teca di vetro sotto al banco di Teo Mammuccari?).
- La scomparsa, in tv, dei
volti di donne mature (over 40).

“E’ come se la donna non riuscisse a guardarsi allo specchio, non accettando se stessa, la propria faccia così com’è”, dice l’autrice mentre una carellata di donne liftate passa sullo schermo. Labbra rifatte, pelle tesa, scompaiono le rughe dell’età ma anche i segni d’espressione. Una serie di maschere: occhi che restano un grande punto di domanda, volti che non guidano verso l’empatia ma, al contrario, guidano lo sguardo altrove.
“Non c’è la natura peculiare del femminile, ma solo la donna in contrapposizione all’uomo”. Insomma, la tv parla, esibisce ma… dissimula.
La Zanardo ricorda le parole di Pasolini: la vulnerabilità è il fascino del volto. E si chiede: come restare noi stesse in un mondo in cui si è vincenti solo se si è ferocemente invulnerabili?

E la Rete, Youtube, come si pone in merito a un argomento così complesso come l’immagine e l’identità della donna? Con pro e contro: per farla facile e semplificare, si parla di riproposizione di minuti televisivi di corpi femminili versus capacità di costruire reti al femminile. Lo spiega la Zanardo in un’intervista su Apogeonline.

“Sembra quasi che la carne non basti più”, ha detto Marina Terragni parlando dell’argomento con la Zanardo. Chi si ciba di carne virtuale? Di video, foto, immagini di donne? E perché? Alle donne questo va bene? Anche gli uomini sono soddisfatti di questa immagine che, specularmente, emerge di loro? Ci accorgiamo di queste immagini quando guardiamo la tv? Che sensazioni ci danno? Che sensazioni danno le stesse immagini commentate con una riflessione, anziché con un sottofondo musicale accattivante? Quali strumenti possiamo avere e quanta voglia abbiamo di cambiare le cose?

Emma Ciceri





“Paradiso all’inferno”

14 09 2009

E’ il titolo in italiano del nuovo libro di Rebecca Solnit , “A Paradise Built in Hell”, in uscita nei prossimi giorni in Italia, edizioni Fandango.

Cosa accade ad una comunità che vive l’esperienza di un grande disastro come un terremoto, oppure un uragano, o un attentato terroristico? Cosa resta, per chi resta, quando i contesti, gli oggetti, le persone, le regole, gli spazi, improvvisamente cambiano, spariscono, mutano forma e significato in relazione ad un evento inaspettato e doloroso. Come cambiano i significati, qual è il senso della comunità che viene ricostruito, i valori che resistono alla violenza di qualsiasi impatto, in che modo si comincia ad immaginare cosa sarà della comunità, del luogo, il giorno dopo e poi quello dopo ancora…

E’ possibile che dalle macerie emergano, oltre al dolore e alla disperazione, nuove forme di espressione della nostra capacità di costruire le relazioni, nuove forme di consapevolezza di ciò che possiamo fare per noi e per gli altri, dei nostri “doni” , dei nostri “talenti”  e del modo di metterli in sinergia con quelli degli altri, nuove forme di immaginazione, di creatività per costruire nuove visioni future, nuove modalità di riscoprire la forza dei valori che restano oltre il muro, oltre le routine, oltre la paura?

L’edizione italiana del libro prevede un capitolo in più, scritto da uno dei suoi traduttori, Andrea Spila, sul terremoto in Abruzzo, di cui riporto un breve stralcio:

 

“Un animalista perlustra le vie del centro storico dell’Aquila alla ricerca
di gatti dispersi, una professoressa di biochimica scrive un libro
in un camper per contribuire alla ricostruzione dell’università, una
compagnia di teatranti gira per le tendopoli distribuendo nasi da
clown, un gruppo di amici legati a un circolo culturale riempie un
autobus di libri, un comitato di associazioni cerca i migranti nei
campi per aiutarli a difendere i loro diritti, una docente decide di insegnare
l’italiano e di imparare il punjabi e il cinese.

Che cosa hanno in comune queste storie di volontari aquilani? Subito
dopo le scosse, nella scia della devastazione, i cittadini hanno
reagito prontamente all’emergenza, arrampicandosi sulle rovine e
scavando tra le macerie alla ricerca dei dispersi, raggiungendo i reparti
pericolanti dell’ospedale per aiutare a evacuarlo, accogliendo familiari,
amici e vicini nelle automobili e nei camper non danneggiati
dal sisma. Nei giorni successivi, quando la gravità della catastrofe
si è manifestata con il suo lungo elenco di vittime e con le immagini
di città e paesi dal volto irriconoscibile, queste stesse persone hanno
cominciato a ricostruire la loro città, non quella fatta di pietre e
mattoni, ma quella dei rapporti umani e sociali”.
(pag 437)

 In che modo è possibile far emergere tutto questo, comunicarlo? E in che modo e cosa ”gli altri”, che non sono stati colpiti da queste tragedie, possono imparare dal modo in cui le comunità colpite si stanno ricostruendo, innovandosi, riscoprendosi.

In che modo possiamo costruire spazi discorsivi che non siano quelli messi al servizio della politica e/o dei servizi d’ordine che oscurano, rendono invisibili e mute queste nuove forme di co-costruzione del senso dei luoghi, delle relazioni e dei progetti stessi sul “futuro”?

 

*grazie a Francesco Consoli per essere il referente questo importantissimo filone di riflessione e per averci segnalato il testo. Sono previsti eventi futuri di presentazione del libro?





La realtà delle tecnologie – post di Daniele Vinci

28 08 2009

Questo post è stato scritto da Daniele Vinci

I media sociali – sì appunto Twitter, Facebook, Youtube, i blog e così via – possono ancora essere presi con sufficienza soltanto da chi non vive nella realtà [ Luca de Biase, La realtà della Rete,  Nòva24, inserto de “Ilsole24Ore” di giorno 27-08-2009. art. pag. 9 ].

E’ evidente, Digital Native o meno, che viviamo circondati dalle tecnologie. Chi prende maggior consapevolezza di ciò sono in primo luogo i gruppi formalizzati di persone, aziende, gruppi professionali. Bisogna stare al passo con le tecnologie o  bisogna saper interagire con esse, quindi saperle gestire, senza esserne schiavi del loro progresso?

Non esiste una risposta esatta, ci sono semplici previsioni, ad esempio la Singolarità Tecnologica, definita così da  Veron Vinge, ipotizza menti umane super sviluppate grazie alla condivisione ed all’uso sapiente dei network di persone in Rete.

Un altro esempio di studio, forse più pragmatico e vicino alle esigenze di chi lavora con gruppi di persone è quello portato alla luce da Etienne Wenger: “Digital Habitats: stewarding technology for communities“. Come leggo attraverso il blog di Gianni Marconato, la lettura del libro mette in risalto un cambio di prospettive rispetto all’approccio con le tecnologie.

Usare le tecnologie all’interno di una pratica professionale non significa conoscere pienamente ogni funzione ma conoscere quelle necessarie alla professione. Sembra una banalità, ma è un cambio di prospettiva rispetto all’uso delle tecnologie.

Nella mia tesi specialistica: Innovazioni e pratiche didattiche: l’uso della Rete da parte dei docenti ho cercato di mettere a confronto alcuni insegnanti sull’uso delle tecnologie nella loro pratica didattica. Quello che è emerso ad una prima analisi è stata, infatti, una molteplicità di approcci, non comuni a tutti i docenti.

Credo che la prospettiva analizzata da Wenger debba essere presa in considerazione, in attesa di leggere approfonditamente il libro, seguirò il suo blog dove suggerisce alcuni tool – come suggerisce Nancy (co-autrice del libro) the constellation of tools-  utili a seconda delle necessità.

Lascio infine la visione di un video che potrebbe far riflettere sulla progressione della tecnologia e su ciò che potrà avvenire in un futuro prossimo: Social Media Revolution [ tratto da Pandemia]





51 cose…

24 08 2009

che sono nella  mia stanza, oppure nella mia casa, ora vi voglio mostrare…

Se andate su youtube e cercate “51 things in my room” o “51 things around my house” o “51 things I found around my room/house” e simili, troverete circa 14-15 mila video di durata media di circa 2-2,5 minuti, prodotti da giovani vloggers (bloggers che utilizzano prevalentemente video) in età compresa tra i 14 e i 20 anni che scelgono di mostrare 51 cose che sono nella loro stanza o nella loro casa. Eccone un esempio ed un altro 

Cosa vi viene in mente dopo aver visto i primi video?

Se dovessi scegliere alcune parole chiave catturandole dai pensieri che ho in mente, queste sarebbero: oggetti che hanno valore, emozioni, condivisione, intimità, gioco, arte, tecnologia, scelte, creatività, comunicazione, sé, competenze, autoriflessione, ironia, comunità, diffusione, meraviglia, rispetto, mondi, appartenenze, appropriazione, spazi, interconnessione, ecc…

Immaginate questi due esempi moltiplicati per circa 14.000 giovani distribuiti in diversi Paesi.

Questa ondata di video è cominciata circa 9 mesi fa, sottoforma di una sfida lanciata da una vlogger HurricaneAubrey di Brooklyn ed è diventata in pochi mesi un fenomeno globale.

Difficile “catturare” con un click o con una foto o con un articolo, un fenomeno che si propaga così velocemente e che si moltiplica prendendo forme e dando vita ad onde di diverso tipo: le sfide si moltiplicano, le risposte anche, i voti fioccano, i messaggi si intrecciano. Tanto difficile da far pensare che anche in questo caso la metodologia da adottare per tentare di interpretare questi movimenti non può che essere processuale.

Abbiamo chiesto ad emma (il nostro genio delle mappe e delle nuove tecnologie) di provare a costruire una mappa mentale a partire dai video. Subito ha detto: “è impossibile, sono troppi video, non possiamo mapparli tutti!”..ma poi: “facciamo una mappa aperta, che non sia nemmeno necessariamente logica, proviamo a fare una mappa delle possibili chiavi di lettura“. Non c’è grounded theory né clusterizzazione in questo processo, ma soltano chiavi che aprono percorsi possibili di interpretazione che possono essere soltanto di natura esperienziale legata al rapporto tra attanti (umani e non umani) in relazione.

E’ vero, potremmo immaginare geolocalizzazioni, fasce d’età, genere, emozioni legate a specifici oggetti. Elaborare questi dati per ciascun video. Avere un database di migliaia di informazioni. Il marketing già lo sta facendo, affiancando a queste onde altre onde basate sul lancio di alcuni prodotti.
Ma in questo disegno della ricerca le ipotesi rischiano di essere sempre in ritardo rispetto al movimento delle emozioni e dell’azione, ciò che occorre non sono cluster, matrici o fattori ma sono “accessi” e la capacità di formulare domande (ai motori di ricerca) in corso d’azione/emozione. Mi viene in mente il film Stalker di Tarkovskij.
L’oggetto è il processo e le risposte sono irrequiete, mutevoli, dinamiche, vive, pervasive. Noi, visitatori, siamo immediatamente dentro. Le emozioni ci afferrano e ci portano nelle stanze di questi ragazzi. Lo sguardo è interno, i giovani fanno parlare gli oggetti che mostrano, attraverso il movimento, la musica, le espressioni del volto. Insieme sono un mondo, un mare che si apre verso altri mari…

ecco la mappa delle possibili chiavi di lettura:

mappa delle possibili chiavi di lettura

Fonte: mappa di emmart.tk

Trovo che la mappa sia fantastica, processuale, aggiornabile, dello stesso stile del gioco dei giovani vloggers. Che ne dici emma, la regaliamo a Hurri?

Vengono in mente le molte ricerche condotte in Italia e in altri Paesi che hanno avuto come “oggetto” lo studio dei valori dei giovani o delle forme di partecipazione dei giovani alla vita sociale, o le scelte dei giovani, ecco, credo che lo studio di questi movimenti possa dire molto… molto di più.

  • è un movimento che nasce dal basso, da giovani vloggers
  • nasce come una sfida, come un gioco
  • ha poche regole di base: la scelta di 51 cose, la forma video, l’assenza di parole (alcune scritte), eventualmente presenza di colonna sonora

La partecipazione e l’adesione è immediata, la creatività altissima, le forme espressive dentro il video e le scelte si moltiplicano con alcune ricorrenze. Sono i giovani che prendono lo spazio, lo occupano, giocano con le tecnologie, danno vita agli oggetti, si rappresentano, si sfidano, si incontrano.

Immaginate un processo in cui ogni giovane produce non tanto un mazzo di 51 carte da gioco (mi gioco le mie carte in un video di 2 minuti) o oggetti scelti tra quelli che ha in camera per raccontare pubblicamente se stesso attingendo ad una dimensione molto privata, intima (già la cosa sarebbe di estremo interesse), ma un processo in cui ogni giovane crea 51 link verso mondi a cui appartiene. Immaginateli in relazione, immaginateli moltiplicati per 14.000… è questo che stanno facendo!

Restano tante cose da capire, ed è bene che sia così, ma in particolare ci chiediamo perché proprio “51 cose“. Forse perché 51 sono le cose che googlemap non fa vedere? Forse perché 51 sono le cose da fare per salvare il pianeta?
L’idea è quella di scrivere all’autrice della sfida, farle una breve intervista e poi postarla in questo blog.

Ad ogni modo viene anche in mente un possibile uso nelle attività orientamento alle scelte dei giovani basato su un approccio PAAR (participative appreciative action and reflection), un possibile uso nei gruppi di professionisti, nelle organizzazioni… ma anche un possibile altro gioco da fare in termini di approcci apprezzativi…

Magari ci vediamo su youtube tra qualche giorno :)





dimmi le parole che scrivi e ti dirò se sei felice…

21 08 2009

potrebbe sembrare il titolo di un film per adolescenti o di un libro da leggere sotto l’ombrellone, eppure…
su repubblica.it ieri è stato pubblicato l’articolo Gioia Obama, dolore Jacko. “We feel fine”, sentimenti web 2.0. che rimanda ad uno studio condotto da Peter Sheridan Dodds e Christopher M. Danforth del Dipartimento di Matematica e Statistica dell’Università del Vermont. Tale studio muove dall’esigenza di “quantificare la natura e l’intensità” degli stati affettivi ed emotivi della popolazione che partecipa a diversi contesti di vita e di lavoro (web, territori, organizzazioni, ecc…), distinta per genere, età ed altri indicatori strutturali.
Per gli appassionati e i critical friend statistici l’articolo è molto interessante ed è interamente scaricabile a partire dal link sopra indicato. Per approfondire gli aspetti metodologici si consiglia di leggere anche l’articolo “Affective Norms for English Words – (ANEW): Instruction Manual and Affective Ratings” .

Di fatto, in poche parole, lo studio si basa sull’analisi delle percezioni dei partecipanti in merito ad un set di circa un migliaio di parole della lingua inglese (in via di sviluppo anche per la lingua spagnola). Tali percezioni sono espresse attraverso l’auto-posizionamento del soggetto su tre differenziali semantici (che fanno riferimento agli studi di Osgood) e che offrono 9 posizioni su ciascuno dei 3 assi: buono-cattivo (psychological valence), attivo-passivo (arousal), forte-debole (dominance).

I diversi anni di sperimentazione in diversi contesti sono la garanzia della robustezza e della stabilità delle percezioni rispetto alle 1034 parole. Questo significa che è possibile disporre di un vocabolario di 1034 parole della lingua inglese a ciascuna delle quali è attribuito un punteggio medio per ciascuno dei tre assi sopra menzionati e un punteggio medio totale che consente di collocare la parola in una scala di felicità che va da 1 a 9.

Al di là dei maquillage statistici questo significa che se io scrivo una storia posso calcolarmi lo stato emotivo/affettivo della storia stessa in base ai puteggi associati alle parole che uso, e così via: se scrivo un breve pensiero, sms, ecc…  Posso anche vedere come nel tempo il mio stato affettivo/emotivo cambia in relazione alle parole che uso per dire le cose…

Oltre alle decine di citazioni che vengono in mente tra cui “l’emporio celeste dei conoscimenti benevoli” di Borges devo dire che lo sviluppo di questo studio, applicato al web, ai discorsi politici, alle organizzazioni, ecc… raggiunge una sua forma espressiva molto efficace nel sito We feel fine, in cui l’approccio viene applicato al web e in particolare a tutti quei casi in cui nel web vengono espresse emozioni “I feel…”. Attraverso questo sito è possibile osservare come le onde emotive prendono forma animata, come cambiano, come sono associate a diverse caratteristiche strutturali, come sono associate a immagini, video, è possibile leggere l’intero contenuto delle frasi, osservare le differenze tra collettivi, i dati sono costantemente aggiornate in tempo reale.

Il percorso dell’utente del sito che decide di vedere di cosa si tratti è esperienziale e si basa su un certo numero di passaggi chiamati “movimenti”. Inizialmente il primo movimento è di tipo percettivo: si comincia con una nuvola di particelle in movimento che rappresentano parole significative, di diversa dimensione a seconda della frequenza del loro utilizzo…si muovono nello spazio virtuale e tu puoi catturarle per andare a leggere la frase intera “I feel”… Il secondo movimento è più analitico…il terzo è connesso alle immagini dei feelings….e poi via via sempre più analitico ma non vi dico più nulla…

è chiaro che per il marketing questa roba è potente assai, ma non soltanto…
mi viene in mente un gioco “appreciative” in cui è possibile, in forma ludica, andare a vedere non tanto come le nostre storie cambiano nel loro contenuto specifico, quanto piuttosto nel loro modo di essere raccontate. Sviluppare uno sguardo apprezzativo, un’intelligenza di tipo apprezzativo, passando da un più frequente atteggiamento critico ad uno positivo, significa non tanto modificare ciò che andiamo a guardare e a valorizzare (anche questo, certamente) ma ha a che fare con il modo in cui noi andiamo a scegliere, guardare e dire le cose, gli eventi, le emozioni, quindi con il processo e non con l’oggetto. Il reframing o cambiamento dei nostri quadri/valori di riferimento passa per questa strada..

Allora un gioco appreciative potrebbe essere basato su alcuni di questi movimenti…(lavori in corso)… Gli elementi “critical” su questo approccio sono molti, ma cercando di avere uno sguardo apprezzativo proviamo a trasformarlo in qualcosa che per noi può essere significativo.

Ma mi chiedo, in Italia qualcuno ci sta per caso lavorando? Si sta costruendo un database di parole significative a cui sono associati punteggi più o meno stabili tali da poter essere confrontati con quanto emerge in contesti differenti?…

“sapevatelo!”, riediuchescional ciannel